“ Non guardare le mani dell’artigiano, ma guarda le braccia “. In questa espressione, di uno zio di Emanuele, si racchiude tutta la forza, e non solo quella fisica, richiesta per portare avanti un mestiere che è nel sangue della famiglia Bozzi da più di 200 anni.
Sentiamo cosa ci racconta Emanuele Bozzi.

Sei il più giovane della famiglia Bozzi ad intraprendere l’arte del vasaio. Prima di te ben cinque generazioni si sono succedute in questa bottega. Da dove nasce, secondo te, la forza e la passione per la ceramica che si è mantenuta nella tua famiglia per tutto questo tempo ?

Ognuno in bottega ci arriva con modi e tempi diversi, non si segue un percorso già precostituito da qualcun altro. Anche le motivazioni sono molto diverse, ognuno ha il suo perchè, ma alla fine il lavoro ti trasporta all’interno di un mondo che ti appassiona così tanto da non poterlo più lasciare.
La mia formazione è stata molto diversa da quella artistica ed è stato complesso per me arrivare all’arte, ma una volta entrato dentro, tutto viene da sé, basta metterci l’impegno e questo lavoro ti entra talmente tanto che diventa anche la tua vita e sapere di tramandare il mestiere ancora per un’altra generazione, ti dà un entusiasmo maggiore.

Lavori ancora nella stessa bottega dei tuoi avi in Via de’ Vasari, tenendo viva la tradizione montottonese di produzione di vasellame da cucina. Che effetto ti fa sederti negli stessi posti, compiere gli stessi gesti e riprodurre le loro stesse creazioni ?

Le gestualità sono le stesse in ogni persona che è passata di qui. Nella bottega ci cresci dentro, ti muovi, ci sei nato dentro e oggi scopro che la mia gestualità è la stessa di quella di mio padre. E’ chiaro che ognuno gestisce la bottega a modo suo, che la crei su misura per sé, adattando gli spazi al proprio modo di lavorare; io infatti ho spostato il tornio al piano superiore, per avere maggior comodità. La mia particolarità è infatti mettermi tutti gli oggetti d’uso abbastanza lontani in modo da camminare, muovermi all’interno della bottega. Ho bisogno di spazi ampi e se ne avessi di più li occuperei tutti.

Il vasaio , anticamente, andava nei campi di persona per individuare la terra migliore per il suo lavoro, contrattando con il proprietario del campo, ora da dove provengono le diverse argille che utilizzi quotidianamente nelle tua bottega ?

Ora utilizzo argille che provengono dalla provincia di Arezzo, in quanto ha lo stesso colore, la stessa intensità, le stesse prestazioni dell’argilla tipica del nostro territorio. Avere una cava propria oggi è impossibile, i costi di estrazione sono altissimi per la lavorazione e per il ripristino dopo l’uso. Un tempo, i contadini, se non lavoravano nei campi, aiutavano i miei zii nell’estrazione e lavorazione dell’argilla. Quello che oggi si fa con una macchina era fatto con la forza delle braccia . L’argilla, una volta portata in bottega, doveva stare 20 giorni a bagno in acqua per renderla lavorabile, poi circa 40 Kg ( una concia ), venivano messi sul banco di lavoro dove veniva massaggiata prepotentemente e mescolata. Era un lavoro molto duro, si veniva in bottega con l’acetilene ( al lampada a carburo ) e andavi via con l’acetilene; questa era la tipica espressione di mio padre.

Una volta raccolta l’argilla, questa doveva essere preparata e ripulita, un lavoro molto duro e paziente a cui partecipavano tante persone del luogo. Questa condivisione degli spazi e del tempo con gli abitanti del luogo è rimasta in qualche modo nella vostra realtà ?

Fino a una decina di anni fa, gli anziani del paese erano abituati a passare e ogni volta salutavano. Anche se io non sentivo o non potevo rispondere perchè impegnato nel lavoro, loro mandavano un grido “Oh, ciao Emanuè … “Bastava quello. Ora non c’è più nessuno, si è più soli che mai.
Raccontaci come si svolge la tua giornata in bottega.

La giornata dipende molto da come si svolge la produzione. D’inverno i ritmi sono molto blandi, l’argilla impegna più tempo per asciugarsi e lo spazio in bottega è limitato, prendi il lavoro con più calma. D’ estate tutto si movimenta, c’è più richiesta, la zona si riempie di turisti, molti stranieri, che apprezzano molto questo tipo di oggetti. Arrivo a lavorare quasi dieci ore d’estate, rispettando solo i ritmi della mia famiglia per pranzo e per cena. Altrimenti alcune giornate che sono solo posso lavorare ininterrottamente e fermarmi solo per un panino quando ho fame.

L’accensione del fuoco era un momento magico che suscitava soddisfazione e timore nello stesso tempo. Quali ricordi ti affiorano o hai racconti tramandati dai nonni ?

Di racconti ne ho sentiti tanti, ma è una esperienza che vivo anche io oggi sempre. Quando prepari il forno, metti dentro tutta la produzione magari di un mese. Nell’antichità c’erano dei riti propiziatori intorno al fuoco che era considerato una divinità. Oggi, a seconda delle diverse zone ci si raccomanda a Sant’ Antonio o a San Lorenzo che subì il martirio sul fuoco. A Montottone ci si raccomanda a Santa Chiara. Il motivo è che quando l’infornata è cotta, si vede una luce chiara. “ Ha chiarito “ diceva mio padre e se la fornace è chiara vuol dire che la cottura è andata bene. La festa di Santa Chiara è l’11 agosto. Quando erano tanti fratelli che lavoravano la creta, si faceva per l’occasione una bella cena a cui partecipavano tutti i lavoranti. Io e mia sorella Annamaria abbiamo organizzato per due anni, il giorno di Santa Chiara, un convegno con una mostra e la presentazione di un libro sulla mia famiglia, scritto proprio da Annamaria. Ma le forze di un artigiano sono troppo limitate per poter reggere il lavoro e insieme organizzativo e abbiamo potuto ripetere l’evento solo due volte, ma sicuramente troveremo il tempo, in futuro. di promuovere e organizzare altre iniziative.

Alla vita della bottega un tempo anche le donne e i bambini ricoprivano un ruolo importante e decisivo in molte fasi della lavorazione, oltre a diverse maestranze del paese. Oggi questa condivisione è ancora presente ?

E’ uno stile di vita, non fai le cose più comuni che fa la gente, anche andare al bar ad es., perchè hai la testa occupata, non di pensieri non di dispiaceri, ma sei qui in bottega anche quando sei fuori, anche quando dormi. Mio padre ancora sogna la notte di lavorare qui in bottega. Sei qui dentro con la testa e con il corpo, e quindi è chiaro che certe cose cerchi di tramandarle, come ha fatto mio padre con me, facendomi stare nella bottega da piccolo mentre giocavo, ma intanto guardavo e assimilavo molte cose che nessun altro potrà mai insegnarmi. Faccio la stessa cosa con i miei due figli, ancora piccoli, a cui do piccoli incarichi che possano svolgere con soddisfazione, ma l’obiettivo è quello di fargli passare del tempo in bottega. Inizi così ad avere le prime sensazioni, a capire quello che hai sotto le mani.

Quale è oggi il vostro principale mercato di riferimento ?

Il mio mercato è il turismo italiano e straniero. Le Marche sono una regione che piace, chi la conosce, ritorna diverse volte e ogni volta passano a trovarmi. Altro mercato di riferimento sono dei “ pazzi come me “ che hanno voglia di recuperare il passato, gente che si è stancata dei ritmi di vita di oggi. Bisogna andare avanti cambiare questa realtà che non funziona più, e questo vuol dire fare quel passettino indietro, riscoprire le belle cose. Ci sono dei miei amici che si sono messi a fare il formaggio secondo il metodo antico e per loro sto facendo delle “ sformarole “ da 500 gr. e da 1 Kg. proprio per avere delle forme di formaggio come un tempo. Io faccio stoviglie, il mio mercato sono oggetti di uso domestico. Nel mondo della plastica c’è “ un matto come me “, insieme ad altri matti che fa ancora stoviglie d’uso. Ho fatto una scelta di riprendere le forme antiche o tradizionali che mi hanno tramandato. Se poi un cliente vuole qualcosa di particolare si fanno anche pezzi importanti, ma essere un artista oggi è un lusso che pochi possono permettersi e anche il lavoro dell’artigiano oggi è una pazzia. Il lavoro è scandito dal tempo e il tempo è denaro. Non si possono fare lavori che richiedono lunghi tempi di produzione, se si vuol vivere bisogna che alla fine della giornata si sia prodotto un certo numero di pezzi. Devi fare l’artista seguendo ritmi di fabbrica. Ripeto è una pazzia e purtroppo se non si comprende questo a livello istituzionale, sono tutti mestieri destinati a scomparire.

Un mestiere che si è tramandato di padre in figlio da più di 160 anni. Come vedi il futuro della tradizione dei vasai a Montottone ?

Qui a Montottone il mio avo è venuto nel 1851. Lui era già vasaio a Massignano, aveva 16 anni quando si innamorò della figlia di un battiterra ( quelli che preparavano l’argilla ) e venne a Montottone per seguire la futura sposa. Essendo prima del 1861,( data dell’unità d’Italia ), per ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia, io e mia sorella abbiamo dovuto fare indagini molto allargate nel territorio. Infatti tutti i documenti venivano conservati prima del 1861, non dai comuni ma dalle diocesi. Quindi partendo da Montottone, siamo andati prima nella chiesa di Massignano, che fa parte della diocesi di Ripatransone e quì abbiamo trovato lo stato d’ anime ( così si indicava un tempo il lavoro ) di Bozzi Domenico, nato nel 1752, che lo indicava come vasaio. Prima di questa data non siamo riusciti a risalire. Quindi da più di 200 anni la famiglia Bozzi lavora come vasai. Ma io al futuro della ditta non ci penso. Il futuro per me è domani, le date fino a settembre delle dimostrazioni in giro per l’Italia, le ordinazioni che devo esaudire. Per ora mi basta che i miei figli frequentino la bottega e mi guardino lavorare mentre giocano.

L’artigianato artistico può rappresentare il volano per il rilancio dell’economia territoriale e per evitare che tanti nostri paesi siano abbandonati dalla popolazione ?

Noi artigiani siamo il contesto in cui un turista può muoversi. Ma per farlo arrivare fin qui occorrono altre forze e altri impegni da parte di Provincia e Regione. Il messaggio che deve arrivare è che qui si sta bene, c’è l’aspettativa di vita più lunga d’Italia, qui si viene per riposare, senza aver nulla da fare. E questo gli inglesi che amano l’avventura, un po’ l’hanno capito e cercano gli agriturismi più isolati in zone sperdute. Dopo si può mostrare quello che il territorio offre, far vedere quante piccole realtà produttive ci sono e cosa fanno. Non si crea un movimento con l’artigianato e se questo non viene capito e risolto, rischiamo tutti di veder finire tante attività produttive che hanno contribuito a rendere il nostro territorio così bello.

Emanuele Bozzi lu Coccià

V. Circonvallazione 6 – 63843 Montottone (FM)
tel: 333 1081273 

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